LARP formativi: l’esperienza di Arcigay con lo Youth Pride Camp

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Grafica di Michele Adriano Brunaccini.

Di Stefano Ori.

Da alcuni anni a questa parte, in compartecipazione col Revolution Camp si tiene lo Youth Pride Camp, in sostanza il campeggio estivo organizzato dalla rete Giovani Arcigay. È agosto, fa caldo e un po’ di mare lo si apprezza (quasi) tutti.

Nonostante qualche mio capello bianco sostenga il contrario, quest’anno ho partecipato anch’io. Aldilà della bella esperienza, che suggerisco a chiunque abbia una salute migliore della mia, quanto vorrei raccontare è a proposito di una cornice accaduta al suo interno, che è consistita essenzialmente di un paio di giornate di formazione per chiunque avesse voglia di prendervi parte, gestite principalmente da Natascia Maesi (responsabile nazionale Arcigay per le politiche di genere e formazione) e Luciano Lopopolo (Presidente nazionale di Arcigay) con l’aiuto poi di altre persone. L’obiettivo formativo di quest’anno era quello di ricreare, all’interno del campeggio, una versione “virtuale” del Consiglio Nazionale di Arcigay, in modo tale da comprenderne i meccanismi toccandoli con mano. Nella pratica, per realizzare ciò, si è di fatto ricorso e svolto un gioco di ruolo a tema educativo/formativo, il che mi ha personalmente impressionato. Non a caso, “si può scoprire più su una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione” (e no, non l’ha detta Platone).

Facciamo un passo indietro per chi già non fosse esperto del settore (per tutti gli altri, saltate il paragrafo a piè pari): cos’è un gioco di ruolo – per gli amici GDR? Cos’è Arcigay?

Il primo è in realtà di difficile definizione: io adotterò quella proposta da Francesco Rugerfred Sedda per cui “un gioco di ruolo è un gioco nel quale il giocatore ricopre uno o più ruoli all’interno di un universo narrativo ed è autorizzato ad influenzare quell’universo narrativo in modo emergente.” Se siete particolarmente curiosi, qui potete trovare un articolo di un amico che fa una disamina molto interessante del tema – mi rendo ben conto di quanto questa definizione non sia affatto immediata. Se invece vi accontentate di una fugace comprensione intuitiva, nel suo concetto essenziale, pensate a quando da piccoli giocavate ad essere principi o principesse.

In quanto ad Arcigay, si tratta della principale associazione LGBT+ italiana: a questo link trovate tutte le informazioni in merito.

Parleremo poi di Larp – essenzialmente dei giochi di ruolo fatti concretamente dal vivo e non, come accade più comunemente, attorno ad un tavolo mentre ci se la racconta, magari di draghi e palle di fuoco incantate. Nello specifico parleremo poi di EduLarp – Larp sviluppati con chiari intenti didattici.

In quanto gamer ed appassionato fin da piccolo di GDR, ho da sempre amato esplorare le potenzialità di questo strumento anche al di fuori dei confini prettamente ludici. Negli ultimi anni mi sono particolarmente affezionato alla pletora di GDR, perlopiù indie, che cerca di uscire fuori dai binari classici per approfondire le tematiche più disparate, toccando a volte anche contenuti prettamente LGBT+, com’è nel caso di giochi come Stonewall 1969 di Stefano Burchi o Cuori di Mostro di Avery Alder. In generale, nell’ultimo periodo, mi è capitato di vedere un approfondimento di certe tematiche sociali/politiche in molti GDR: celebre è il caso di D&D e degli elfi di Corellon in grado di cambiare sesso, che naturalmente non ha mancato di sollevare un vespaio di polemiche. Ho avuto al contempo l’impressione felice di un proliferare recente, in tutta la penisola, di incontri volti a parlare di GDR in aspetti fino ad ora parzialmente snobbati, come quelli riguardanti il bleed o i punti di incontro fra GDRtematiche LGBT+. Senza dimenticare quei progetti attivi ormai da anni come La Gilda, il laboratorio ludico dell’Arcigay di Bologna.

Fino ad ora, però, non mi era mai capitato di sperimentare il contrario: non più GDR in grado di provocare/stimolare una certa riflessione nel giocatore, e dunque con risvolti potenzialmente educativi/formativi, bensì tecniche di GDR utilizzate en plein con obiettivi formativi – per quanto io immagini sia questa una prassi da tempo piuttosto comune nell’ambito, al punto che oggigiorno abbiamo progetti come EduLarp. Forse proprio perché inaspettata in un simile cornice, quella allo Youth Pride Camp si è trattata per me di una splendida rivelazione.

Nella pratica, il funzionamento è stato questo: ci si è prima divisi in piccoli gruppi, ciascuno dei quali rappresentava nella simulazione un comitato di Arcigay territoriale, da cui poi sono stati eletti una serie di membri che sono andati a formare il Consiglio Nazionale. L’ultima parte di formazione ha previsto, da parte del Consiglio Nazionale, l’elezione dei responsabili delle varie aree, della segreteria e della presidenza. Ora, esternamente immagino possa parere un esercizio di stile, ma posso assicurarvi che si innescano velocemente tutta una serie di dinamiche che lo rendono molto più di questo. Le persone che hanno partecipato si sono trovate velocemente prese dal loro ruolo ed è stato un buon insegnamento per capire le dinamiche interne ad Arcigay, oltre a quanto complicato ed indispensabile possa essere il trovare delle mediazioni e degli accordi in certe circostanze.

Da giocatore di ruolo ho trovato l’esperienza interessante e coinvolgente -stavo per dire immersiva ma mi sarei mozzato la lingua– soprattutto in un contesto inaspettato e così lontano da quello “nerd” in cui invece sono di casa. Molti partecipanti l’hanno trovata utile e meno noiosa di una più classica “lezione” frontale, nondimeno i concetti fondamentali che voleva trasmettere sono rimasti ben impressi. Durante la parte finale, di liberi commenti e domande, mi ha stupito positivamente come alcuni partecipanti abbiano posto osservazioni estremamente pertinenti anche nell’ambito del gioco di ruolo in sé. La più stimolante di tutte trovo sia stata quella che indicava come, durante la formazione, le persone avessero iniziato sempre più ad andare out of character, man mano che il tempo passava. Ciò era assolutamente previsto: non avendo dato alcun personaggio di riferimento ai “giocatori”, al di là di qualche sommaria indicazione sul comitato di appartenenza, anch’esso costruito ed elaborato in game comunque, era inevitabile che le persone sempre più traessero da loro stesse le caratteristiche necessarie al dialogo, che altrimenti sarebbe stato presto sterile oppure completamente campato per aria, dunque di difficile improvvisazione – a maggior ragione dato che parlavamo di un gruppo di persone per gran parte non-gamer. Tutto questo mi ha poi permesso di prendere parola per parlare brevemente di bleed e di quel variopinto mondo di GDR che intrecciano direttamente le tematiche LGBT+ col gioco.

A riprova di come certe esperienze possano essere significative, e per dare voce ai diretti interessati, ho qui pensato di raccogliere i pareri di Natascia e di due partecipanti, scelti in quanto eletti presidente e segretario nazionale durante l’attività ruolistica.

Natascia Maesi

Essere attivist* di Arcigay è un viaggio appassionante e una grande avventura, ma è anche un impegno quotidiano che ci chiede di prenderci le nostre responsabilità per essere all’altezza del sogno che abbiamo: costruire un mondo migliore dove le persone gay, lesbiche, bisex, trans, intersex, asessuali, queer e non binarie possano vivere liberamente, autodeterminarsi e godere degli stessi diritti e delle stesse tutele degli e delle altr*.Proprio a partire da questo sentire comune, in occasione dello Youth Pride Camp, la rete Formazione di Arcigay ha proposto una nuovo percorso formativo chiamato #VitaInArcigay, durante la quale i/le partecipant* hanno preso parte ad un gigantesco role playing formativo, o gioco di ruolo, ispirato alla vita della nostra associazione. Dalle attività dei comitati alle responsabilità della governance, i/le ragazz* hanno esplorato i momenti cruciali della vita democratica di una grande federazione come quella di Arcigay, mettendosi alla prova nella cura del gruppo, nell’esercizio di ruoli e funzioni, nella presa in carico dei problemi, nella gestione della crisi, nella comunicazione all’esterno delle decisioni prese. Tutto questo, attraverso la conoscenza di se stess* e degli/delle altr* come corpo collettivo, fisico e politico. Stare nei panni degli attivist* di Arcigay, che hanno delle responsabilità di coordinamento, di rappresentanza e di guida non è stato semplice per nessuno dei e delle partecipant*, soprattutto alla luce del fatto che abbiamo tentato di introdurre, in un meccanismo pianificato nei minimi dettagli, alcuni elementi non prevedibili che abbiamo soprannominato come nel Monopoli “imprevisti e probabilità”.Nel primo step del percorso abbiamo stimolato la formazione dei Comitati – la cellula base di una federazione come Arcigay – attraverso il lavoro in piccoli gruppi, finalizzato alla costruzione della carta d’identità del Comitato. Uno strumento utile a definirsi come gruppo e come realtà che opera sul territorio con obiettivi chiari e con strumenti precisi. In questa fase, le persone hanno potuto interrogarsi su cosa significasse darsi un nome, un target di riferimento a cui indirizzare l’azione politica, un organigramma, una brand identity, una mission e una vision per poi presentarla agli/alle altr* partecipant*. Nella seconda fase dell’intervento, i Comitati hanno ricevuto la consegna di eleggere i/le loro rappresentanti per il Consiglio nazionale, prendendo anche consapevolezza del ruolo che avrebbe ricoperto e delle contraddizioni che potevano scaturirne. Lo step successivo è stato poi quello di calarsi nei panni di chi ha la responsabilità di agire col proprio ruolo nell’organo in questione. Una fase che ha fatto emergere in pieno le fatiche che si operano nelle relazioni politiche, come quando il gruppo dei consiglieri e delle consigliere elett* ha dovuto scegliere presidente e segreteria, stabilendo anche le deleghe. L’emergere di differenti proposte ha stimolato la dinamica di gruppo, che è stata fatta agire in modalità “acquario”, per permettere al resto dei/delle partecipant* di osservarla attivamente e di commentare in seguito. Abbiamo poi ricostruito a partire dal setting – disposizione delle sedie ecc. – la dimensione del CN di Arcigay con tutte le sue caratteristiche e criticità, a cui infine è stata data la consegna di deliberare sulla realizzazione di una attività che sarebbe poi stata realizzata entro la fine del camp. Questa è la fase in cui “imprevisti e probabilità” si sono frapposti tra l’agire del Consiglio e la realizzazione concreta del compito. Uno dei ruoli chiave è stato qui compiuto dalla segreteria, nella sua funzione esecutrice, e dalla presidente, che si è trovata a gestire la complessità del ruolo di garante dell’organo politico per eccellenza di Arcigay. Trovare la sintesi su un progetto comune o non riuscire a trovarla è stata la sfida raccolta dal gruppo, che ha agito in maniera molto libera e personale, al di fuori da ogni schema.

 

Tosca Cellini

Credevo che il “gioco” sarebbe stato abbastanza facile per me, soprattutto considerato il fatto che quelle dinamiche le avevo già viste tante volte dal di fuori. Pensavo che lo avrei trovato talmente facile da essere noioso, che non sarebbe riuscito ad accattivarmi. Quando però abbiamo iniziato a fare sul serio, mi sono resa conto non essere affatto semplice come credevo: mi sono sentita in ansia come se davvero stessimo decidendo qualcosa di serio, come se davvero fossimo i ruoli che stavamo performando. Come se fossimo diventati realmente i nostri personaggi.Ricordo in particolare l’ansia prima di fare il mio discorso da neo-presidenta, proprio quell’ansia credo mi abbia fatto capire quanto fossi entrata di prepotenza nella parte. La serietà mia e di chi ha partecipato al gioco con me credo mi abbia fatto capire quanto l’esperimento fosse perfettamente riuscito – quanto effettivamente stessimo capendo, nel nostro piccolo, cosa significasse avere i ruoli che ci erano stati assegnati e che chissà magari un giorno ricopriremo per davvero.

 

Daniele Bordignon

La mia esperienza durante la formazione è stata un meraviglioso riscoprirmi, ma anche una gran “botta nelle gengive”, roba da stress test insomma! Mentre questo “gioco” mi permetteva di conoscermi e conoscere chi mi stava accanto, mi ha fatto anche scontrare col fatto che non mi stessi dedicando col mio pieno potenziale all’attivismo e nondimeno alla mia vita, perché sono dell’idea che ogni gesto abbia un peso politico/sociale.Con quest’esperienza sull’assetto e l’attività di Arcigay a livello nazionale, in cui ho inaspettatamente ricoperto il ruolo di segretari* nazionale, ho scoperto delle capacità in me che altrimenti ora non avrei nemmeno la coscienza e la consapevolezza di avere. Capacità e forza d’animo che, nel mio piccolo, mi hanno effettivamente permesso di diventare uno dei coordinatori del gruppo giovani locale e di entrare a piene scarpe nell’attivismo. Ora sono ancora più consapevole che una comunità esiste e che deve sempre di più impegnarsi per far sentire la propria voce e la propria presenza.

Che dire? Mi auguro che certe contaminazioni prendano sempre più piede a tutti livelli, fiducioso che l’intersezionalità sia spesso di beneficio.